Patroni di Puglia
 
UNA SERIE DI COLPI LANCIATI VERSO IL CIELO MATTUTINO, SUBITO DOPO RIMBOMBI CHE RIMBALZANO TRA LE PARETI DEI VECCHI PALAZZI DEL CENTRO STORICO, ECHEGGIANO NEI VICOLI FINO A DISPERDERSI, MENTRE IN CIELO RIMANE SOLO L’ULTIMA TRACCIA, CIUFFI DI FUMO BIANCO PORTATI VIA DAL VENTO. È IL SEGNALE CHE TUTTI ATTENDONO,
LA FESTA DEL PAESE PUÒ AVERE COSÌ INIZIO.


di Francesco Di Palo

Le tappe di un suggestivo e affascinante viaggio tra le più spettacolari feste religiose di una regione, anche sotto questo particolarissimo aspetto da declinare al plurale “le Puglie” che continua a vivere la propria dimensione sacrale con manifestazioni antichissime eppure attuali, capaci di evocare storia e storie, dalla forte carica aggregante. Il fumo denso e biancastro, dall’odore acre di zolfo, si alza alto, in vaporosi sbuffi, nel cielo di maggio, misto a brandelli di carta bruciacchiata. Avvolge e occulta tutto: edifici, cose, la folla eccitata, mentre bagliori come di saette incalzati da scoppi sempre più fragorosi, si susseguono a ritmo serrato. Lo scompiglio è totale e sono centinaia i giovani, i “fujenti del Soccorso”, che sfidano le rudimentali artiglierie di bombe carta, penzolanti in lunghi filari, facendosi largo e scansando per un soffio le mitragliate assordanti e multicolori. Non siamo al centro di una scena di guerriglia urbana, ma al momento di tensione massima, e pericolosamente esaltante, della festa annuale che SAN SEVERO (FG) dedica alla Madonna del Soccorso. I fuochi di terra, “batterie alla sanseverese”, incendiano, deflagrano, esplodono lungo tutto il percorso della processione.
Dopo i fuochi, mentre i fumi si diradano, in lontananza prende gradualmente consistenza la statua della Vergine dalla pelle d’ebano, assisa come matrona rivestita di preziosi abiti e coronata d’oro, che pare assistere incredula Ella stessa, con gli occhi sgranati, al sacro frastornante parapiglia in suo onore. Con la sinistra regge il divino Infante benedicente, con l’altra mano ostenta la spiga matura e la frasca d’ulivo, a significare protezione sui campi e sui raccolti del popoloso centro della terra di Capitanata un tempo appellata “granaio di Puglia”.
L’accompagnano, in solenne corteggio, i tre Arcangeli e i compatroni Severo e Severino. Per assistere a scene analoghe, cariche di tensione e religioso furore, bisogna andare nella cattolicissima Spagna, a Pamplona, non a caso gemellata con la cittadina del foggiano, per la corsa dei tori in onore di san Firmino.
All’altro capo di Puglia, nell’estremo Salento, il nuovo anno si apre con il fuoco: a NOVOLI (LE) la “focàra”, gigantesca piramide a gradoni, ottenuta con tonnellate di sarmenti resi disponibili dalle potature invernali delle viti, illumina la notte del 16 gennaio, vigilia del patrono del paese Sant’Antonio Abate, e raccoglie intorno alle sacre vampe che scacciano i geli, migliaia di fedeli e sempre più numerosi turisti. Il santo eremita, che per Cristo rinunciò agli agi e alle ricchezze assicuratigli dal nobile natale, si ritirò in contemplazione nel deserto d’Egitto dove visse centenario. È invocato per la guarigione dei mali fisici e a protezione degli animali domestici e da stalla. Non passano pochi giorni che un’altra “foc’ra” prende ad ardere a GROTTAGLIE (TA), il 30 gennaio, vigilia della festa di San Ciro. Fuochi cerimoniali, “fanove”, rischiarano la notte tra l’11 e il 12 gennaio in onore della Madonna della Vetrana a CASTELLANA GROTTE (BA): rievocano l’intervento miracoloso della Vergine per liberare dalla peste, nel 1691, la cittadina. Le celebrazioni si rinnovano l’ultima domenica di aprile, con una lunga processione in cui la statua della Madonna si accompagna al festoso corteggio di decine di statue di santi.
La protezione di San Lorenzo sugli abitanti di LIZZANELLO (LE) si manifestò nel terremoto del 19 gennaio 1833: da allora l’evento è ricordato con enormi falò. Ad ACCADIA (FG) i fuochi si accendono in onore del patrono San Sebastiano, così come a SPINAZZOLA (BT) in cui si venera un pregevole busto d’argento del santo trafitto da frecce d’oro. Migliaia i ceri, alcuni di enormi dimensioni, che accompagnano a BITONTO (BA) le statue dei Santi Cosma e Damiano, la cui venerazione non conosce declino. L’intorciata ha luogo la terza domenica di ottobre, in concomitanza con la chiusura della vendemmia e il tradizionale avvio, in Puglia, della raccolta delle olive.
Spettacolare e imponente anche la processione con grossi ceri, “turci”, che accompagna per le vie del paese, e dei campi, la statua della Madonna della Neve, patrona di NEVIANO (LE), la sera del 5 agosto. Ancora assai leggibile il sostrato di culti agrari assorbito e rigiustificato da rituali propriamente cristiani, nella festa di Santa Vittoriapiccinna” a SPONGANO (LE): il 22 dicembre, lungo le strade del centro salentino, ha luogo la processione delle “panare” accese, grandi ceste di vimini abilmente intrecciati, ricolme di sansa e ornate di agrumi, nastri, fiori. Il rito celebra il martirio della santa arsa viva per non aver rinnegato il credo nel Dio cristiano. A sua volta Vittoria assorbe in se il ruolo di divinità tutelare sui campi e sui raccolti e li preserva dai fortunali: la festa estiva, 8 agosto, celebra l’intervento miracoloso della santa in difesa delle colture dalla gragnola.
Sono invece offerti alle anime dei trapassati, “cocce priatorije” ovvero “teste del Purgatorio”, i fuochi che ardono nella notte tra l’1 e il 2 novembre e illuminano ogni angolo di ORSARA DI PUGLIA (FG) sino a farne assumere l’aspetto di girone dell’Inferno dantesco: in cima alle pire si collocano verdi rami di ginestra (pianta dalla millenaria simbologia solare) che scoppiettano creando “scattelle” (scintille rumorose che mettono in fuga le anime malvagie). Tutt’attorno e per la durata della notte, si fa festa e si consumano dolci, vino, ortaggi, carni arrostite, mentre su usci e davanzali, o in cortei improvvisati, si ostentano le grandi zucche scavate, e con candele all’interno, che assumono le sembianze di teste sinistre, le “cocce priatorije”, appunto. L’usanza è antichissima, e comune in passato anche a molti altri centri della Puglia, ma non ha nulla da spartire con Halloween, l’appuntamento con il travestimento e l’orrido, importato in anni recenti dagli States.
Non il fuoco, ma i “fuochi”, quelli pirotecnici, sono i protagonisti della festa che ogni anno, a novembre, incendiano per ore, di giorno e di notte, i cieli di ADELFIA-MONTRONE (BA). Sono in onore del martire Trifone che si guadagnò la nomina a patrono per aver salvato la comunità, a metà Seicento, dal morbo pestifero e poi (come ad Alessano e Cerignola) per aver preservato i campi dal flagello delle locuste la cui sola apparizione era presagio di carestie e morte. Quella di Montrone è una sorta di “campionaria” delle feste, un appuntamento irrinunciabile per tutti i componenti dei “comitati” che così hanno modo di vedere le novità e ingaggiare bande, “fuochisti”, “illuminatori”, “pallonari”, per le celebrazioni religiose dei rispettivi paesi. A Montrone si mettono in mostra anche le “bande da giro” e le luminarie. Queste ultime assumono bellezza e dimensioni davvero straordinarie con disegni, arabeschi, fiori, architetture in cui la creatività ha davvero libero sfogo, come avviene a COPERTINO (LE) per San Giuseppe (19 settembre) e soprattutto a SCORRANO (LE) per Santa Domenica (6 luglio) dove si allestiscono le luminarie più belle e originali che sia dato di vedere.
Quelli appena richiamati sono solo alcuni degli eventi del calendario ricchissimo e articolato che scandisce l’anno pugliese. Emerge il sostrato di credenze arcaiche e insieme si lascia percepire il lungo e non sempre lineare processo di acculturazione in cui il mondo magico di riferimento, che assicurava protezione e consentiva di affrontare situazioni di crisi individuale e comunitaria, viene gradualmente ad assumere connotazioni devozionali, simboliche e comportamentali propriamente cristiane. La festa è il tempo - in passato più che oggi - dell’abbondanza alimentare, atto a propiziare il benessere individuale e collettivo. In alcuni centri della cosiddetta “Albania tarantina(Faggiano, San Marzano di San Giuseppe, Lizzano, Monteparano) la ricchezza di primizie, pani rituali, dolci di pasta di mandorle e miele, pesci e ogni “ben di Dio” ostentati sui “tauli” (tavoli) di San Giuseppe, ai quali poi ognuno potrà sedersi e condividere, rinvia allo spreco cerimoniale quale elemento necessario della festa, attraverso il quale si esorcizza la fame atavica.
A ROSETO VALFORTORE (FG), piccolo e suggestivo centro del sub appennino dauno, il 26 maggio si festeggia il patrono San Filippo Neri con il lancio - al rientro della processione e alla presenza del santo che pare guardare compiaciuto - di pane, formaggio, ortaggi, frutti, dolci sulla folla assiepata sotto il balcone dell’oratorio, mentre dalle fontane sgorga vino e latte: con tale tradizione si ricordano gli interventi miracolosi a sollievo della popolazione rosetana stremata dalle carestie.
Difficile dar conto della moltitudine dei “Patroni di Puglia” che compongono un paradiso davvero multietnico perché vede uno a fianco all’altro, in una terra che da sempre è sinonimo di accoglienza e scambi culturali, santi dalle più svariate origini geografiche. Ognuno ha esclusiva “specializzazione” per la cura di mali fisici e spirituali e contro qualsiasi accidente naturale: Johann Goethe forse pensava anche alla Puglia quando scriveva, nel Viaggio in Italia, che “tutto considerato, non c’è che da approvare che vi siano tanti santi; ogni credente può così scegliersi il proprio e rivolgersi con piena fiducia a quello che gli è più congeniale”. Se Biagio guarisce la gola e le affezioni respiratorie, Donato è invocato contro il “mal di luna”, l’epilessia; Vito protegge dalla corea detta appunto “ballo di san Vito”, e dalla rabbia; Agata, patrona dell’omonimo centro della Daunia e di Gallipoli, città in cui approdò uno dei suoi seni strappati durante il martirio, è invocata per le mastopatie e per la secrezione lattea; Anna protegge le puerpere affiancata, in molti centri salentini, da Santa Marina che squarciò il ventre al drago; Irene solleva la sua mano per fermare piogge torrenziali e fulmini; da peste e colera liberano Rocco e Sebastiano. Narra la leggenda che Sant’Ippazio, patrono di Tiggiano, nel corso di una discussione con gli ariani, degenerata in lite al concilio di Nicea (325), fu colpito con un calcio nelle parti intime. Da quel “colpo basso” derivò il patrocinio sulla virilità maschile, la cura delle ernie e per ottenere la guarigione dalle malattie dei genitali. L’originale specializzazione di sant’Ippazio si traduce, nella sfera rituale, con la tradizione di consumare le “bastenache”, carote violacee tipiche del tiggianese, e, durante la festa, con il sollevare la lunga pertica di sette metri, operazione resa più complessa e faticosa dalla sfera di metallo assicurata alla sua estremità.
È ancora ben viva la tradizione del pellegrinaggio delle puerpere di TIGGIANO (LE) e CORSANO (LE) per condurre i neonati maschi, subito dopo il parto, dal santo per richiederne la protezione. Anche in Puglia lo speciale patrocinio della Madonna è di gran lunga il più diffuso: non vi è centro, grande o piccolo che sia, che non vanti un’immagine dipinta o una statua miracolosa della Madre di Dio appellata con titoli universali e locali, questi ultimi legati a leggende e prodigi. La Madonna è la patrona per eccellenza: a FOGGIA con il titolo di Madonna dei Sette veli, come a LEUCA, de finibus terrae; ad ACQUAVIVA DELLE FONTI (BA) come Madonna di Costantinopoli e a CONVERSANO (BA) e FRANCAVILLA FONTANA (BR) come Vergine della Fonte; a MINERVINO MURGE (BA) è detta Madonna del Sabato mentre nella vicina SPINAZZOLA (BT) è venerata come Madonna del Bosco (così come a Panni); a GIOVINAZZO (BA) è detta di Corsignano e a CASTELNUOVO DELLA DAUNIA (FG) della Murgia; è venerata come Madonna di Valleverde la patrona di BOVINO (FG) e dello Sterpeto quella di BARLETTA (BT). Altri titoli attribuiti alla Vergine: Incoronata (Apricena), di Merino (Vieste), Mater Domini (Laterza), della Sanità (Volturara Appula), dell’Alizza (Alezio), della Scala (Massafra), della Palma (Palmariggi), della Coltura (Parabita), della Libera (Rodi Garganico).
La scadenza calendariale delle manifestazioni ribadisce il mai interrotto legame con la matrice agro-pastorale specie in quei contesti culturali ed economici in cui fondamentale risulta la dipendenza dalla terra. La “specializzazione” campestre della Vergine, il suo stretto legame con la natura e il mondo agricolo e pastorale, è fin troppo palese già nella collocazione topografica dei numerosi santuari che costellano la regione, una sorta di rete protettiva a salvaguardia di città grandi e piccole. La protezione sui campi e animali si manifesta in numerose processioni primaverili, stagione in cui le verdeggianti campagne hanno necessità di acque feconde; si attuano con elaborati rituali che prevedono il trasferimento delle sacre immagini dalla città al santuario rurale e viceversa.
Un esempio per tutti: la festa del 23 di aprile in onore della Madonna di Sovereto, non a caso invocata quale Madonna dell’acqua: la “tavola” con raffigurazione millenaria della Madonna Odigitria, lascia la città di TERLIZZI (BA) per raggiungere il santuario di Sovereto, dove sosterà per circa tre mesi. La leggenda narra che intorno al Mille un pastorello ritrovò la pecora smarrita, impigliata con la zampa in un fosso; al momento di liberarla si accorse della lampada che ardeva – e siamo al primo prodigio – nell’anfratto innanzi all’icona. Ne nacque una contesa sulla proprietà del sacro tavolo con i vicini bitontini risolta con il ricorso all’ordalia, il giudizio di Dio: assicurati due buoi al carro si pose sopra l’immagine e questa, miracolosamente, si diresse verso Terlizzi, dove fu accolta dal popolo in festa. La leggendaria inventio è celebrata ogni anno con una festa in cui il mitico “carro”, nel frattempo diventato un solenne campanile barocco di oltre 22 metri, porta in trionfo l’immagine nel corso di una festa certamente tra le più belle ed esaltanti cui è dato di assistere in Puglia. Non sorprende, nella città che lega il nome alla produzione floricola, che la statua della Madonna del Rosario, sia condotta in processione, il lunedì seguente la prima domenica di ottobre, su un artistico e originale carro di fiori.
Il “carro” del lavoro contadino, nella versione mitica di “macchina da festa” e del trionfo, caratterizza i festeggiamenti della Madonna del Pozzo a CAPURSO (BA), la cui immagine prodigiosa, dipinta sulle pareti di una dimenticata cisterna, si rivelò a un religioso ammalato che ne ottenne la guarigione; anche la statua di Sant’Oronzo attraversa trionfalmente le vie di TURI (BA) su un carro monumentale trainato da muli bardati. Feste patronali che prevedono l’utilizzo rituale di “carri” per il trasporto delle sacre immagini, si celebrano a SANTERAMO (BA) per Sant’Erasmo (2 giugno); a CASSANO MURGE (BA) per la Madonna degli Angeli (2 agosto); a GALATONE (LE) per il Crocefisso (4 maggio); a TORITTO (BA) per la Madonna delle Grazie e San Rocco (4 e 5 settembre). Carri ornati di frutti, fiori e prodotti della terra, sono allestiti in onore della Madonna di Serritella a VOLTURINO (FG) (prima domenica di maggio) e per San Giovanni Battista a MOTTA MONTECORVINO (FG). Molto spettacolare e originale la processione della Madonna di Mellitto a GRUMO APPULA (BA): il rientro della statua al santuario di campagna, l’ultima domenica di luglio, è accompagnato da decine di elaborati e fantasiosi carri ornati con creazioni di fiori di carta velina”.
A CAROVIGNO (BR) il ritrovamento dell’icona della Madonna di Belvedere fu merito di una vacca caduta in un burrone: il mandriano sceso per recuperarla, vide che era inginocchiata dinanzi all’immagine mariana. Ne diede notizia agitando forte e lanciando in aria il proprio fazzoletto. Dal gesto ingenuo del mandriano sarebbe derivata la “battitura” della n’zegna (insegna, bandiera) che ha luogo nel corso dei festeggiamenti del lunedì e martedì dopo Pasqua. Mostrò ancor più devozione il toro smarritosi nella boscaglia di Guagnano: fu ritrovato inginocchiato davanti alla Madonna del Rosario, patrona della cittadina, con un rosario tra i denti. Il nesso Maria-fecondità della terra è evidente in molti altri culti: a CURSI (LE) la Vergine dell’Abbondanza, apparsa a un contadino, assicurò, facendo cadere copiosa la pioggia, prosperità e benessere alla comunità dopo un lungo periodo di siccità. È detta “della Coltura” la Madonna venerata patrona a PARABITA (LE): fu riservato a un contadino che arava il suo campo in contrada Pane, il privilegio del rinvenimento della prodigiosa effigie dipinta su un masso. Il trasferimento a CERIGNOLA (FG) della splendida tavola duecentesca della Madonna di Ripalta, miracolosamente rivenuta sulla “ripa alta” dell’Ofanto, avviene subito dopo Pasqua: l’immagine sarà poi riaccompagnata, con lunghissima e devota processione campestre, nel santuario dopo i festeggiamenti patronali dell’8 settembre. L’acqua rigeneratrice dei campi zampillata improvvisamente per appagare la sete di un devoto contadino, è all’origine del culto della Madonna del Pozzo patrona di ROCCHETTA SANT’ANTONIO (FG): a fine agosto la venerata statua rientra in paese per la processione di gala insieme a San Rocco. Alla fine della siccità che si abbatté nel 1388, si deve il patronato della Madonna di Corsignano su GIOVINAZZO (BA). Il corteo storico e la processione del 21 agosto ricordano, invece, la traslazione in cattedrale, avvenuta nel 1677, dell’antica immagine della Madonna, dipinta su legno di cedro, venerata nell’antico casale di Corsignano dove giunse, secondo la tradizione, nel XII secolo condotta da un crociato di ritorno dalla Terra Santa.
Anche la Madonna di Valleverde, patrona di BOVINO (FG) e che la tradizione vuole giunta dalla Spagna, pose fine alla siccità del 1888; l’evento miracoloso è ricordato ogni anno con la solenne processione del 23 maggio. La Madonna della Fonte la cui immagine fu rinvenuta miracolosamente presso una sorgente del luogo dove poi sorse FRANCAVILLA FONTANA (BR), è detta anche Madonna della Neve: durante una terribile gelata la Vergine protesse gli ulivi che tornarono a germogliare.  Sant’Alberto, patrono di PIETRAMONTECORVINO (FG), salvò la comunità dalla grave siccità del 1889: apparso ad alcuni cittadini, per far terminare il terribile flagello, impose un pellegrinaggio alla vecchia Montecorvino. Da allora, ogni 16 di maggio, la statua del santo vescovo è portata in processione, seguita dal popolo, per i campi verdeggianti di grano, sino all’antica chiesa, a circa sette chilometri; la precedono nel lungo serpentone, i “palii”, altissimi pali ornati di fazzoletti colorati, sollevati e tenuti in equilibrio con l’ausilio di funi.
Analoghe motivazioni agrarie sottendono ai patronati di molti altri santi: trofei di arance, mandarini e limoni ornano la città e la statua di San Valentino, patrono di VICO DEL GARGANO (FG), nel giorno della festa, il 14 febbraio. Il santo martire è invocato a protezione degli agrumeti, alla base dell’economia del centro garganico, da geli e rigori invernali. Dopo la processione, i fedeli s’impossessano dei frutti “benedetti per contatto”, per farne premute salutari. Le feste di altri patroni sono invece collegate ai cicli pastorali e in particolare alle aperture dei pascoli della transumanza: accade per l’arcangelo Michele. La festa dell’8 maggio, celebrata con grande rilievo a MONTE SANT’ANGELO (FG), segnava la data del ritorno delle greggi sui pascoli abruzzesi mentre quella del 29 settembre, si poneva in relazione con l’apertura invernale dei pascoli di pianura. San Michele è venerato come patrono a MINERVINO MURGE (BA) dove nelle viscere del suolo murgiano, una cavità carsica simile alla grotta del santuario garganico, è consacrata al suo culto; furono gli allevatori di bestiame a finanziare, nel 1742, per voto e in seguito all’epidemia che risparmiò le loro mandrie, la bella statua d’argento portata in processione nella festa del 29 settembre. Prende il nome dal martire San Nicandro, la cittadina garganica di SANNICANDRO GARGANICO (FG): furono i pastori abruzzesi a portare le reliquie del soldato romano martirizzato nel 297.
Uno speciale legame con la pastorizia e l’allevamento dei buoi, conservano le celebrazioni di San Giorgio a CHIEUTI (FG), piccolo centro alle pendici del Subappennino: nel giorno della festa (23 aprile) ai piedi della statua che lo raffigura su un destriero bianco nell’atto di trafiggere il drago, è deposto un grande “caciocavallo” a forma di tarallo e del peso di circa ottanta chili. Portato in processione, a fine festeggiamenti è distribuito ai fedeli. Le celebrazioni prevedono la sfilata di carri ornati di frasche di alloro e la disputa del “palio” con la corsa di buoi, rievocazione del rinvenimento delle reliquie di San Leo. Dalla cappella del Monte Sambuco è prelevata (29 agosto) la statua di San Giovanni Battista, patrono di MOTTA MONTECORVINO (FG): anche in questo caso il fercolo di fiori che reca il simulacro, è preceduto da aste ornate di fazzoletti variopinti. Molti santuari e luoghi di culto assurgono a importanza devozionale ben ampia, meta, in particolari ricorrenze celebrative, di sentiti pellegrinaggi. Sul Gargano si trovano tre luoghi significativi: il santuario di San Michele Arcangelo a Monte Sant’Angelo, la basilica di san Pio a San Giovanni Rotondo, il santuario di San Matteo a San Marco in Lamis. Il principe delle milizie celesti apparve più volte, nella famosa grotta, nell’ultimo decennio del V secolo stando a quanto riferisce l’anonimo autore del Liber de apparitione Sancti Michaelis in Monte Gargano. Per persuasione ai dubbiosi, vi lasciò financo l’orma del piede e, sull’altare, la clamide purpurea, senza trascurare di dare prova del suo potere taumaturgico a quanti, avviliti da attacchi febbrili, con fede e fiducia bevevano la “stilla”, l’acqua che ancora percola dalle pareti della grotta. Il continuo flusso di fedeli ha fatto della sacra spelonca, sull’itinerario che univa gli opposti del pellegrinaggio, uno dei santuari più noti e visitati della cristianità. I pellegrini, radunati in “compagnie”, salgono al monte soprattutto l’8 maggio, in cui il guerriero celeste mostrò la sua potenza a fianco dei Longobardi di Grimoaldo contro i Bizantini, e il 29 settembre che ricorda la dedicazione della basilica per opera del vescovo Lorenzo Maiorano. Ancora oggi nella festa solenne di settembre, si porta in processione la “sacra spada”, d’oro e preziosi; nel corso della processione si effettuano più soste e l’arcivescovo benedice i presenti con la spada poi ricollocata nella destra della statua.
Più defilato ma non meno affascinate il “cammino” alla grotta dell’Arcangelo nel tratto garganico della Via sacra Langobardorum (dei Longobardi) che aveva nel santuario di San Matteo alle porte di San Giovanni de Lama, ora di San Marco in Lamis, una tappa significativa. Nel convento i pellegrini, prima di ricevere ospitalità e ristoro, si prostravano - e si prostrano - davanti all’austera e antichissima immagine lignea del santo. Collegato al pellegrinaggio alla Madonna dell’Incoronata, nell’omonimo bosco alle porte di FOGGIA, è la tradizione della “cavalcata degli Angeli”: giunti nel grande spiazzo del santuario i pellegrini ricordano, l’ultimo venerdì del mese di aprile, con semplici drammatizzazioni, la discesa degli angeli nel bosco per incoronare con tre diademi d’oro la Madonna. Decine di bambini su carri addobbati e vestiti da angeli, ma anche da profeti, santi, madonne, compongono quadri sacri viventi, ispirati ai miracoli della Vergine e a scene del vecchio e nuovo Testamento.
Tra i pellegrinaggi “minori” segnaliamo quello che ha luogo a RUGGIANO (LE), frazione di Salve nell’estremo Salento, per venerare Santa Marina, giovane bellissima martirizzata per non aver ceduto alle lusinghe del governatore e del demone che più volte l’aveva insidiata sotto forma di dragone. Il 17 luglio i devoti raggiungono a piedi la chiesa in cui è venerata la statua che raffigura la santa, dai lineamenti dolcissimi, mentre schiaccia sotto il piede un drago mostruoso con le fauci spalancate; dopo aver acquistato all’esterno le “zigaredde”, nastrini colorati, le strofinano al simulacro perché, caricate di poteri taumaturgici, possano preservare chi le indossa dall’itterizia. Il pellegrinaggio a SAN DONATO (LE), il 7 agosto, porta folle di devoti a San Donato di Lecce per venerare il santo implorato per la guarigione dai disturbi psico-fisici e dal “male della luna” o “di san Donato” (epilessia). Uguale venerazione anche a MONTESANO SALENTINO (LE): giunti alla chiesa del santo molti erano colti da crisi prima di cadere in stato di trance. Il pellegrinaggio a San Rocco, venerato a TORREPADULI (LE) frazione di Ruffano, assume aspetti spettacolari: la notte tra il 15 e il 16 agosto, mentre all’interno della chiesa si cerca il contatto con il santo a cui un cane lecca la ferita della gamba, all’esterno si formano capannelli di curiosi per assistere e incitare, al ritmo sempre più incalzante dei tamburelli, i contendenti che danno vita alla frenetica e ormai rituale “danza dei coltelli”, simulando, con le movenze della “pizzica”, antiche rivalità tra clan. Cammini devoti hanno come meta il santuario della Madonna di Montevergine, posto nelle campagne di PALMARIGGI (LE) (7 maggio). La cittadina è nota per il culto delle “due Madonne” perché si venera come patrona anche la Madonna della Palma: le due Madonne si “incontrano” e sfilano insieme in processione.
Notevole rilievo conserva il pellegrinaggio al santuario della Madonna di Leuca, al CAPO DI LEUCA (LE), estrema punta della Puglia: le “vie della fede” sono presidiate da cappelle, ristori e luoghi di sosta; tra questi il complesso monumentale detto “Piccola Leuca”, alla periferia di Barbarano del Capo, frazione di Morciano di Leuca, dedicato alla Madonna di Leuca del Belvedere, edificato tra il 1685 e il 1709. La tappa della Piccola Leuca era l’ultima della via leucadense che, partendo da Galatone o da Sannicola (abbazia di San Mauro), prevedeva soste intermedie presso i santuari mariani della Madonna della Lizza (Alezio), della Madonna della Coltura (Parabita), di Santa Maria della Croce (Casaranello), di Santa Maria della Strada (Taurisano). Alla Madonna della Strada - non a caso protettrice dei viandanti alla cui salvaguardia provvedevano anche la Madonna del Riposo (Alessano), della Scala (Casamassella), di Costantinopoli (Cannole, Marittima), del Passo (Otranto) – confluivano i pellegrini che s’incamminavano, per Santa Maria de Finibis Terrae, da Galatina con tappe a vari altri santuari mariani tra cui quello di Santa Maria di Coelimanna a Supersano.
Il mare è l’altro grande riferimento mitico, simbolico, economico e culturale della Puglia che ne è lambita, come dire, in lungo e in largo; lo è stato, a maggior ragione, dal punto di vista religioso: dal mare provenivano i pericoli di genti ignote e la ricchezza dei commerci come delle idee; dal mare approdò strategicamente, sfruttando la rete portuale, viaria e infrastrutturale che avevano abilmente costruito i romani, il credo al Dio cristiano, che proprio della terra di levante, totalmente bagnata da Jonio e Adriatico, si servì per diffondere il messaggio del Vangelo. Non si contano i luoghi del passaggio, reale o leggendario, di Simone il pescatore, novello Enea, da Cristo fatto kefâs, che in aramaico e anche ebraico significa “roccia-pietra”, della sua Chiesa. A cominciare da OTRANTO (LE), la più orientale delle città d’Italia e porta d’Occidente. Al principe degli apostoli, fondatore di comunità convertite e di diocesi, sono dedicate chiese e cappelle. Insieme a San Paolo, il santo con le chiavi è patrono di GALATINA (LE) città che custodisce e venera ancora, nella cattedrale, la pietra dove il santo si sarebbe seduto per riposare; san Paolo, invece, nella stessa cittadina, operò il miracolo della guarigione ai morsicati da animali velenosi (serpenti, tarantole): la sua festa, a fine giugno, vede rinnovarsi una delle più antiche e ancestrali lotte tra il bene e il male, quest’ultimo rappresentato dal morso letale della taranta cui unico salutare antidoto è costituito dalla parossistica danza sino allo sfinimento. I pericoli dicevamo: Otranto serba il ricordo della sanguinosa battaglia con i turchi che nel 1480 decimò la popolazione. Ottocento furono i “beati martiri” di quella carneficina destinata all’epica cristiana: i macabri resti, accatastati e a vista, sono offerti alla pubblica venerazione in enormi stipi nella cattedrale idruntina, monumento di rara bellezza.
La tradizione colloca al 1480, tristemente ricordato per il pericolo saraceno, il miracolo del Crocifisso custodito nel monastero di Colonna a TRANI (BT). Il racconto di fondazione contiene tutti gli elementi del mito: nel corso di una scorribanda piratesca alcuni turchi rubarono il Crocefisso che, imbarcato, divenne pesante al punto da far affondare la barca; fu allora che un infedele colpì il volto del Cristo con la scimitarra ed ecco che questi, nel terrore generale, cominciò a sanguinare. Abbandonato in mare il sacro fardello, esso giunse sulla costa di Trani, dove poi si edificò la cappella memoriale. L’evento è ricordato ogni anno: una semplice barca a remi da l’avvio alla solenne processione, il 3 maggio: il Crocifisso, prelevato dal monastero, è imbarcato nella vicina cala per poi giungere presso la cappellina dell’approdo; accolto da vescovo, popolo e autorità, percorre le strade principali della cittadina adriatica. Anche se posta nell’entroterra, la chiesa di Sant’Anna a VERNOLE (LE), volge la facciata al mare: baluardo contro i saraceni le cui temute scorrerie si spingevano ben oltre la costa. Si narra che la madre della Vergine non mancò di manifestare la protezione della cittadina in occasione del terremoto del 1833, liberarla dalla gragnola nel 1856, dall’uragano nel 1858, dal colera nel 1866.
La festa invernale di sant’Anna “piccinna”, celebrata con l’accensione dei falò, ricorda il terremoto del 1833. La “scamiciata” a FASANO (BR) commemora un’altra incursione mussulmana e celebra la vittoria ottenuta per intervento divino il 2 giugno 1678: si tiene la terza domenica di maggio, in occasione della festa patronale della Madonna di Pozzo Faceto e dei Santi Giovanni Battista e Stefano.  Gli “infedeli” saraceni sono presenze fisse nelle rievocazioni storiche, non solo di quelle religiose, che hanno luogo in Puglia spesso per ricordare il santo laico per eccellenza, Federico II, puer Apuliae, protagonista di una delle stagioni più esaltanti della storia della regione: a TRANI (BT) si festeggiano i suoi sponsali con Jolanda di Brienne, mentre a LUCERA (FG) il corteo storico ricorda l’avvento degli Angioini succeduti agli Svevi nel dominio della città (seconda domenica di agosto). A ORIA (BR) centinaia di figuranti danno luogo al corteo storico e al “torneo dei rioni”; esso trae origine dal bando di un torneamento che l’imperatore svevo emanò nel 1225, durante un periodo di permanenza nella cittadina, che mostra con orgoglio monumenti e ricordi di quella fase storica tra cui il poderoso e ancora intatto castello. Il corteo storico di BITETTO (BA), con decine di figuranti in abiti rinascimentali (25 aprile-2 maggio), ricorda la particolare venerazione del duca d’Atri e signore del feudo, Andrea Matteo Acquaviva, per il frate del locale convento francescano, Giacomo Varingez, beatificato nel 1700: all’umile “beato Giacomo” sono attribuiti numerosi miracoli e la protezione della cittadina dalle epidemie pestifere del 1483, quando era ancora in vita, e del 1656. Patrono principale di Bitetto è San Michele Arcangelo nel corso della cui festa (29 settembre) è portata in processione, dopo il rito della consegna delle chiavi, la statua d’argento, opera del 1719 di Andrea De Blasio.
Dal mare giunge, il 14 giugno, prelevato dal santuario nel villaggio che ne porta il nome, San Vito: lo sbarco, la processione per le suggestive vie di POLIGNANO A MARE (BA), poi il momento clou quando la statua del santo giovinetto, nella commozione collettiva, “ascende”, perché letteralmente portato in alto da ingegnose carrucole, nella fastosa “macchina” trionfale, ogni anno allestita nella piazza principale. Alle ore 15,00 in punto dell’8 settembre, gli uomini di mare reclamano con energico frastuono, la statua della Madonna dei Martiri, patrona di MOLFETTA (BA), quasi a rapirla dai frati della basilica. Imbarcata sulle “bilancelle”, le tre barche estratte a sorte su cui è issato il “trono”, compie il giro sullo specchio di mare antistante la città, mentre i giovani si tuffano in suo onore dando luogo a spericolate evoluzioni. A sera lo sbarco al molo: è l’apoteosi della Vergine che, completamente rivestita d’oro e preziosi donativi, raggiunge in processione la cattedrale, in un clima d’esaltazione collettiva. Ancora il mare e un’antica immagine della Madonna sono i protagonisti della festa di MONOPOLI (BA), importante città marinara e commerciale. La leggenda narra del prodigioso arrivo di una tavola dipinta della Vergine su una sorta di zattera, da qui il nome di Madonna della Madia, con il prezioso carico di travi occorrenti alla copertura della cattedrale. La Vergine patrona preservò la città da pestilenze e carestie. Ogni anno vescovo, clero e confraternite si recano sul porto per accogliere il quadro della Madonna mentre la città esplode nel giubilo per il rinnovarsi del miracolo (due le date: 16 dicembre e 15 agosto). 
Numerose “sagre a mare” in onore della Madonna hanno luogo in altri centri rivieraschi: tra queste a TORRE VADO (LE), nel comune di Morciano, l’11 agosto per la Madonna Stella Maris, alle ISOLE TREMITI (FG) in onore dell’Assunta. A PORTO CESAREO (LE), il 19 agosto, una considerevole flottiglia di pescherecci e natanti turistici, scorta le due distinte imbarcazioni su cui sono portati in processione i simulacri della Madonna del Perpetuo Soccorso e di Santa Cesarea. Dal mare approdarono e sulle acque sono portate in processione le reliquie e la statua del patrono di BRINDISI, San Teodoro: la suggestiva processione si tiene la prima domenica di settembre. Si festeggia anche l’altro patrono, l’autoctono San Lorenzo da Brindisi, frate cappuccino, canonizzato nel 1881. Versione femminile di san Sebastiano è Santa Cristina, compatrona di GALLIPOLI (LE): appena ventenne fu martirizzata, dopo essere stata legata a un albero, trafitta dalle frecce. È patrona degli uomini di mare e della pesca e il giorno della sua festa la processione “per mare e per terra” prevede l’imbarco della statua al porto per il periplo dell’isola su cui sorge Gallipoli antica e, dopo lo sbarco, il percorso lungo gli ariosi corsi della città nuova sfarzosamente ornati dalle luminarie che formano mirabili e originali scenografie di luci.
La “sagra di maggio” in onore del patrono di BARI san Nicola, prevede la rievocazione storica dell’arrivo delle reliquie del santo trafugate nel 1087, da impavidi marinai baresi, a Myra, e la consegna ai frati custodi della basilica ove ha luogo, presieduto dall’arcivescovo, il rito del prelievo della “manna”, il liquido miracoloso che sgorga dalle ossa del santo. L’8 maggio si rinnova la processione a mare della statua tra salve di mortaio e fuochi d’artificio. In occasione di tali celebrazioni l’arrivo continuo di fedeli specie dalla Russia e dall’Est europeo, ci ricorda che Bari con la basilica nicolaiana è l’altro grande terminale in Puglia, del pellegrinaggio. Lo è sin dal basso medioevo quando la città adriatica, in seguito alla fama e ai miracoli promessi dalle reliquie, comincia a comparire accanto a MONTE SANT’ANGELO (FG) negli itinerari della fede, da e per i luoghi di Terra Santa e le tombe degli apostoli Pietro e Paolo a Roma, che intercettano numerosi altri santuari lungo l’antica consolare Appia-Traiana, che si è voluta chiamare, non a caso, Francigena del Sud.
Ancor più esplicito il legame di san Cataldo con i pescatori tarantini: narra la leggenda che il vescovo irlandese giunto a TARANTO, fu accolto dal mare in tempesta che subito placò gettando tra le onde il suo anello. L’evento è rievocato ogni anno, l’8 maggio, con la processione a mare: la statua d’argento, issata su un’imbarcazione pavesata a festa, attraversa le acque antistanti alla città e riceve l’omaggio, da terra e da mare, di tutta la popolazione. Non per mare ma sul grande lago salmastro ai piedi del Gargano, è portata in processione la statua, opera pregevole di Giacomo Colombo, di san Primiano patrono di LESINA (FG). Le celebrazioni del giovinetto martirizzato, insieme a Firmiano e Casto, a Larino, si terminano, l’ultima domenica di maggio, con la processione dei pescatori che dopo aver preso in consegna l’immagine, danno luogo alla suggestiva regata con le tipiche imbarcazioni lacustri dette “sandali”, suggellando della protezione sulla pesca, voce principale dell’economia di Lesina. La speciale venerazione per i santi patroni ha ispirato, nel corso dei secoli e spesso in coincidenza con eventi particolari e “soprannaturali”, la costruzione di complessi religiosi di rara bellezza. Narra la leggenda che Nicola pellegrino, un adolescente pazzo di Dio e di conoscenze, dopo un viaggio fortunoso e accidentato, spirò a Trani, pochi giorni dopo il suo arrivo, nel 1094, urlando la preghiera Kirie Eleison.
Il corpo fu oggetto d’immediata venerazione al punto da essere elevato agli altari appena cinque anni dopo la morte per volere di Urbano II, e quella sua invocazione ben presto si tramutò in preghiera di pietra dando luogo a una delle più sorprendenti ed emozionanti cattedrali della Puglia romanica edificata, di fatto, per accogliere nel suo grembo le preziose reliquie del piccolo santo. La festa patronale, l’ultima domenica di luglio, vede sfilare in processione l’artistica statua d’argento e il prezioso reliquiario con i resti del corpo in vista: è tradizione la “processione a mare”. Il primato di “chiesa reliquiario” spetta però alla basilica barese edificata, per volere dell’abate benedettino Elia, dal 1087, per custodire i resti di san Nicola. Il tempio è destinato a modello e fonte d’ispirazione di tutta l’architettura romanica che per l’originalità del suo linguaggio, felice sintesi tra le imperanti tradizioni longobarde e bizantine e le innovazioni portate dai conquistatori nord europei, si definì “pugliese”. L’arrivo dei Normanni, infatti, costituisce l’humus favorevole alla fioritura e rinascita delle città e nel volgere di pochi decenni la febbrile attività dei tanti cantieri, almeno uno per ogni diocesi di Puglia, consente l’edificazione di cattedrali e templi maestosi e “nuovi”, capaci ancora oggi, come in antico, di suscitare profonda ammirazione. La semplice evocazione di questa stagione felice dell’arte pugliese richiama immediatamente le splendide cattedrali di Troia - la più bella con il suo magnifico rosone fuori scala e dai raffinati trafori - di Bari, di Barletta, di Bitonto, di Ruvo, di Altamura, di Canosa, di Molfetta, sino a giungere, nell’estremo Salento, a Otranto la cui cattedrale, iniziata intorno al 1088 e dedicata alla Vergine, è resa ancor più celebre dallo splendido tappeto musivo steso a pavimento che il vescovo del tempo, Gionata, fece realizzare nel 1165 dal monaco Pantaleone della vicina abbazia di Casole.
In alcuni fortunati casi si possono ancora ammirare le porte bronzee che introducevano al tempio e il cui significato travalica la funzione pratica per assumere quella teologica e liturgica, di mediazione tra il “di qua” e il “di là”, tra uomo e Dio, di barriera o apertura tra immanenza e trascendenza, di varco salvifico che conduce allo stato di grazia. Accanto a questi e altri monumenti ancor più fitta la rete delle chiese “minori” che, ornate di sculture e cicli pittorici, ammantano uniformante la terra di Puglia. Basti citare, a solo esempio, San Leonardo (Siponto), Ognissanti (Trani e Valenzano), Santa Maria de Via (Sannicandro Garganico), San Pietro dei Samari (Gallipoli), Santa Maria di Cerrate (Squinzano), San Giovanni (Patù). A Martina Franca la collegiata barocca di San Martino custodisce le reliquie del vescovo di Tours e di santa Comasia. Approdate miracolosamente a Brindisi, dirottate dai marosi durante il trasporto per mare a Venezia, le reliquie di san Teodoro sono alla base della costruzione della cattedrale. Tra i complessi monumentali merita una citazione, il “cappellone” di san Cataldo nella Cattedrale di Taranto. Un pezzo di paradiso calato in terra: sotto un cielo affollato dai santi dipinti da Paolo de Matteis, vi sono altari, balaustre, pilastri, intere pareti, nicchie, rivestiti e ornati da preziosi marmi mischi che enfatizzano le teatrali movenze delle statue marmoree degne del miglior Giuseppe Sanmartino. Dalle chiese-reliquiario alle altre arti che concorrono a rendere ancor più stretto, concreto e sensibile il legame tra comunità e patroni: sculture, dipinti, arredi preziosi.
La riconoscenza e il voto pubblico si traducono spesso in costosissimi donativi di statue in argento massiccio: si citano, per qualche esempio, gli splendidi busti di sant’Agata e san Sebastiano nella Cattedrale di Gallipoli; il san Sebastiano di Spinazzola; i santi Martino e Comasia nella Collegiata di Martina Franca; lo strepitoso san Quintino di Alliste; i busti dei santi Mauro, Sergio e Pantaleone di Bisceglie; i busti dei santi Eleuterio, Anastasio e Urbano nella cattedrale di Troia; il san Gregorio e l’Immacolata di Nardò; il sant’Antonio di Biccari e quelli, a figura intera, di Monteroni e di Ruffano; il san Cataldo di Corato e, il san Rocco di Ruvo di Puglia, opera celebre dell’argentiere Biagio Giordano su disegno di Giuseppe Sanmartino. Statue per valore intrinseco e pregio artistico di sovente ai vertici della scultura d’argento napoletana del Seicento e Settecento, e preziosità assolute dei “tesori” delle chiese cattedrali e delle collegiate, che solo in occasione delle feste patronali vengono sottratte alle camere blindate ed esposte alla pubblica venerazione e all’ammirazione degli studiosi.
Forse a difesa del prezioso simulacro di sant’Oronzo, patrono di Ostuni (BR), commissionato dalla famiglia Sansone, fu istituita la tradizionale cavalcata che accompagna la statua del santo nella processione del 26 agosto: decine di cavalli e cavalieri scortano la preziosa immagine ornati di nastri, gualdrappe, indossando sfarzosi costumi ricchi di ricami e lustrini in una processione variopinta ed esuberante che ben si presta a essere sintesi delle celebrazioni festive della Puglia.




















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