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Santi Medici Cosma e Damiano

ALBEROBELLO

La leggenda vuole che il culto per Cosma e per Damiano sia stato introdotto in Alberobello da Giangirolamo II degli Acquaviva d'Aragona (1600 - 1665) e da sua moglie Isabella Filomarino (+ 1679), la cui famiglia, proveniente da Atri, si stabilì in Conversano sin dal XV secolo, a seguito del matrimonio di Antonio Acquaviva con Caterina del Balzo, la quale ebbe in dote da suo padre, Principe di Taranto, la contea e di conseguenza il dominio sulle terre di Alberobello, l'antica Silva arborelli, Arburbella o Taberna, come inizialmente venne indicata.

Non sappiamo cosa abbia spinto lo stesso feudatario, abile spadaccino, la cui fama sconfinava di gran lunga i suoi possedimenti, a inculcare nella gente locale il culto per i Santi Medici. Si sa dalla storia della sua Famiglia che diede al suo primogenito il nome Cosmo, nome che non figurava nell'albo genealogico del casato. Sembra, come sostiene Domenico Morea e, poi più tardi Gino Angiulli, che la famiglia abbia ricevuto un particolare miracolo, o, come si disse, fu la preghiera di donna Isabella ad invocarli, dopo cinque anni di matrimonio, per la sua prima gestazione. Comunque sia, da quel periodo, gli Acquaviva vollero coinvolgere nel loro vincolo di gratitudine oltre la comunità conversanese anche quella abitante la Selva. La devozione fu tale che ogni 27 settembre tutti prendevano parte ad una processione cresciuta nel tempo, tanto che dopo circa quattro secoli, la tradizione si ripete di anno in anno.

In quei tempi, prima delle statue, nel contado venne portato in processione un quadro con l'effigie della Madonna di Loreto e dei Santi anàrgiri. Inviato a Napoli per essere restaurato, il quadro non fece più ritorno. Si pensa che fino al maggio 1665, data della morte del Conte a Barcellona, fu la sua Famiglia a gestire il culto. I primi villici compresero che Dio aveva demandato loro l'attenzione verso Cosma e Damiano, infatti, nella piccola chiesetta rurale, essi avevano già provveduto ad effigiarli, come risultò a don Nicola De Tintis, parroco di Noci, inviato dal Vescovo per la Santa Visita il 5 marzo 1663. Il presule, mons. Giuseppe Palermo (1658-1670), Reggino intelligente e acuto, elevò a parrocchia (1665) la chiesina, abbastanza capiente e bella (satis capacem et nitidam), intitolata già a Cosma e Damiano, dotandola di un parroco e di due chierici per esimerla dalla tassazione regia. Soffro per tali mie iniziative molte tribolazioni da parte del Conte di Conversano, signore del luogo, ebbe a scrivere. Gli Acquaviva osteggiarono l'operato del Vescovo e si adoperarono a farlo trasferire nella piccola sede arcivescovile di Santa Severina (1670-1679) in provincia di Crotone.

Avendo perso i diritti parrocchiali, il tempietto tornò alle dipendenze della chiesa di Noci, non ebbe più il parroco e in sua vece venne nominato un cappellano, tale Francesco. In quella posizione giuridica restò fino al 1797. Il giovane sacerdote ebbe l'incarico dal Vescovo di aprire la chiesa all'alba e di chiuderla al tramonto e di celebrare nei giorni festivi la messa, di confessarli e di somministrare i sacramenti. La Contessa si era obbligata a passargli un carlino al giorno. Interrogando il cappellano, De Tintis apprese che, nei giorni festivi, per i villici, circa un centinaio, il sacerdote celebrava due messe. Quella primitiva comunità cristiana, credente e innamorata, si moltiplicò; crebbe nel clima della venerazione, soprattutto quando molti miracoli e parecchie grazie toccarono ad una parte della moltitudine implorante che ricevette la salute fisica e la redenzione spirituale. Tra i vantaggi di quei credenti vi furono tante guarigioni e Cosma e Damiano divennero straordinari.

Man mano la popolazione locale aumentò e la piccola chiesa non potè più contenerla. Si pensò di ingrandirla rispettando, quando più possibile, i vari affreschi esistenti. Nel corso degli anni, sull'altare venne collocato un quadro alto m 3 e largo m 2,40 della Beata Vergine Immacolata avente alla sua destra san Cosma e san Damiano e alla sinistra san Giuseppe e san Francesco da Paola. Il 27 settembre 1781, come narrano le cronache del periodo, un fatto curioso turbò la serenità della festa. Il brigante castellanese Nicola Spinosa, soprannominato Scannacornacchia, era in compagnia dei suoi sgherri e molestò gli ospiti convenuti per la festa in casa di Cosimo Petruzzi. La brigata venne tollerata. L'intervento di uno dei briganti fece desistere il capo dal commettere imprudenze che lo avrebbero poi compromesso agli occhi del conte di Conversano, Giulio Antonio IV. Si temette anche per la tela recata in processione quella stessa sera. Dopo quel fattaccio alcuni villici decisero di procurarsi delle statue. All'appello rispose Giuseppe Domenico Rinaldi, un contadino carico di fede innamoratosi anzitempo della bella ed espressiva statua di san Rocco in Noci (1775) del maestro Francesco Paolo Antolini di Andria, gli commissionò la realizzazione dei due simulacri, figure alquanto meditative, con l'espressione trasognata quella di san Cosma (1780) e ieratica l'altra di san Damiano (1784), diversa perchè realizzata in un'altra bottega, essendo deceduto l'Antolini, da Luca Rinaldi, soprannominato u Tammurro nativo di Rutigliano, modellata finemente perfino nella morbidezza delle carni. Per questa ragione, i due simulacri appaiono adulti, anzichè giovani, come li vuole la tradizione e gemelli (geminos fratres).

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